È inevitabile, quando si parla di Golasecca, fare riferimento ad un periodo storico molto lontano da noi, periodo durante il quale fiorì una cultura molto sviluppata per quei tempi, e di cui rimangono, a tutt'oggi, importanti testimonianze, sia sulle colline che si sviluppano lungo la valle del Ticino (sommità del Monsorino), sia in alcuni musei della zona.

Va detto subito che Golasecca in dialetto si chiama ancora "Uraséa" o "Uraseica" e che questi nomi, che derivano dalla radice "our", sono preceltici, probabilmente di origine iberica o mediterranea, e indicano le acque fluviali. Inoltre si può tranquillamente affermare che la storia di Golasecca si può ricostruire più dalla lettura dei reperti archeologici che dalle fonti di archivio.
Quella che fiorì in età protostorica era una cultura che rappresentava, in ambito subalpino, l'ultima espressione della civiltà centro-europea dei campi d'urne, compresa fra l'età del bronzo recente (1300 a.C.) e l'età del bronzo finale (1200-800 a.C.). I campi d'urne erano campi prescelti come necropoli di individui cremati, i cui resti ossei erano depositati in urne, solitamente di terracotta, sistemate a breve distanza l'una dall'altra.
La cultura di Golasecca viene cronologicamente divisa in tre periodi: i primi due vanno dall'VIII secolo alla prima metà del V secolo a.C., il terzo coincide con la cultura La Tène A-B della seconda età del ferro e arriva fino al III secolo a.C. Le prime testimonianze archeologiche risalgono però all'età del bronzo finale (IX secolo), anche se le incisioni rupestri di Sesto Calende sono probabilmente più antiche e ascrivibili ad un substrato locale preceltico.
La cultura di Golasecca rappresenta la prima forma evoluta di un mondo artigianale nel quale sono già presenti alcuni caratteri delle società storiche, come ad esempio l'uso specializzato dei materiali e la volontà dell'uomo di adeguare il territorio alle proprie esigenze. Con la scoperta dei metalli non solo si erano costruiti nuovi strumenti ma era cambiato anche il rito funebre, cosicché al rito inumatorio ispirato al culto della madre terra era subentrato il rito crematorio determinato anche dalla religione solare.
Gli studi sulla cultura di Golasecca hanno visto protagonisti numerosi esperti, a partire dal primo, l'abate Giovan Battista Giani nel 1824, per proseguire con il De Mortillet, il Castelfranco, il Bertolone, il Rittatore Vonwiller, l'architetto Angelo Mira Bonomi, il quale ha analizzato in maniera approfondita l'evoluzione della cultura di Golasecca, dai suoi antecedenti all'invasione gallica e alla dominazione romana.
Le ricerche effettuate sull'insediamento, il restauro dei monumenti sepolcrali del primo periodo al Monsorino, la scoperta dell'abitato con lo scavo di alcuni fondi di capanna e il successivo studio dei reperti, l'analisi dei corredi delle sepolture, la lettura della loro stratigrafia orizzontale, dei sistemi di costruzione delle tombe e della capanne, hanno reso possibile riflettere e valutare quale fosse il tipo di vita e di organizzazione sociale di questa gente.
Quelli che possiamo ammirare dalla sommità del Monsorino, suddivisi in tre settori, sono i monumenti del primo periodo della cultura di Golasecca (750-600 a.C.), tra i più antichi d'Italia: essi rappresentano i reperti più qualificanti di questa interessante comunità e certamente gli unici pervenuti pressoché intatti dopo la distruzione e la dispersione dei reperti, operata soprattutto in questo ultimo arco di secolo.
Le ricerche ed il restauro di liberazione dal terreno dei monumenti vennero effettuati durante le campagne di scavo 1965-69 da una squadra archeologica gallaratese e furono seguiti, per conto della Sopraintendenza ai Beni Archeologici, dal Mira Bonomi
Nel primo periodo della cultura (800-600 a.C.) le capanne, distribuite in prevalenza lungo il primo terrazzamento del fiume, sulle sponde opposte, avevano una pianta circolare, con al centro il focolare, dal diametro di circa 5-6 metri, cintate da un basso muro di pietre e pavimentazioni in ciottoli fluviali scheggiati infissi nell'argilla.
Questi pavimenti erano ricoperti di stuoie ad intreccio; la copertura delle capanne si pensa fosse lignea con delle nervature concentriche che venivano a formare una calotta. Sono stati ritrovati vari tipi di ceramica, modellata a mano con motivi ornamentali tradizionali: tali decorazioni venivano rese evidenti dall'uso del gesso. Evoluta era la tecnica di lavorazione della pietra, dell'osso e del legno: venivano utilizzati i ciottoli di serpentino scelti tra le ghiaie del fiume, la selce e l'ossidiana. Il cibo veniva raccolto in grandi recipienti di terracotta modellati a mano. L'uso della ruota è accertato dai carri rinvenuti nelle due Tombe di Guerriero, a Sesto Calende.
Gli insediamenti erano basati soprattutto sulla pastorizia e sull'allevamento delle capre, delle pecore, del maiale, del bovino e del cavallo. Si coltivavano ortaggi, radici, frutta, noci, legumi, cereali.
I tronchi di conifere ad alto fusto venivano usati come materiale di costruzione. Le barche venivano ricavate scavando tronchi d'albero, come dimostrano la canoa di Castelletto Ticino al museo dell'Isola Bella e quella reperita a Porto della Torre.
Gli utensili meccanici sono rari ma l'arte del metallo era in uso.
La scrittura era caratteri sillabici o alfabetiformi, documentata su reperti in pietra e incisa o impressa sulla ceramica.
Tutto ciò rivela un popolo ben organizzato ed evoluto, ma è nell'arte funeraria che si tocca al massimo; tra l'altro tale aspetto è il più conosciuto. Il culto degli antenati imponeva il rispetto dell'area adibita a sepolture e quindi le rotazioni agrarie e i disboscamenti non intaccavano l'area sacra dedicata al culto dei defunti.
Nel primo periodo i sepolcreti sono caratterizzati da posizioni dominanti, esposti al sole e con particolari orientamenti. Diversi sono i sistemi costruttivi delle sepolture: in nuda terra, in cista di ciottoli a pozzo con sovracopertura. Anche i cromlechs (circoli di pietre) e gli allineamenti sono caratteristiche costruzioni collettive per il culto degli antenati. Le sovracoperture risultano molto rare. I corredi delle sepolture sono composti dall'urna cineraria fittile e da un vasetto accessorio o bicchiere di forma tondeggiante. Successivamente il corredo ceramico appare a volte arricchito con la presenza di coppe ad alto piede e vari accessori anche immanicati e decorati.
Il corredo di oggetti in bronzo, solitamente di abbigliamento, consta di spille, spilloni, fibbie decorate di cinturoni, bracciali, anelli, orecchini, pendagli, collane.
Nel secondo periodo (600-450 a.C.) permane l'uso funerario della cremazione, ma gli insediamenti si espandono nell'entroterra allontanandosi dal fiume.
Dai dati archeologici emerge che l'insediamento di Golasecca - Sesto Calende - Castelletto Ticino mantenne inalterate le caratteristiche indigene e solamente nel VII-VI secolo a.C., in reperti di alcune sepolture dei ceti emergenti, si possono notare influenze di differenti centri propulsori. La persistenza dei caratteri autoctoni determinò un particolare momento di crisi, insieme ad altri fenomeni sociali, politici, ambientali e ciò si avverte, dal punto di vista archeologico, alla soglia del V secolo a.C., con l'abbandono dei luoghi, l'esaurimento del mondo pastorale, l'interesse verso nuovi insediamenti in pianura.

(Fonte: Periodico "Comune di Golasecca" Anno 18 N. 2 Autore: Luca Simonetta)

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